Introduzione

Le recenti ricerche condotte da Alvise Cherubini, insigne studioso di arte e storia medievale, evidenziano nel territorio marchigiano la presenza di quasi cento abbazie durante il periodo di massima espansione del monachesimo (IX-XIV sec.), situate lungo due antiche vie romane, la Flaminia e la Salaria, ed i loro diverticoli diramazioni. Tale consistente presenza fu di vitale importanza per la riorganizzazione e la rivitalizzazione del territorio, dopo il lungo periodo di dominazione longobarda che determinò la scomparsa di numerose città ed il conseguente forte degrado ambientale delle vallate.
I più importanti centri di irradiazione benedettina nelle Marche furono l'abbazia di Sant'Eutizio in Valle Castoriana e la potente abbazia di Farfa in Sabina: a rilanciare lo spirito riformatore del monachesimo nella nostra regione fu l'esperienza eremitica di San Romualdo (952-1027), la cui concezione monastica basata sulla stretta unione di eremo e cenobio ebbe una della massime espressioni nel monastero di Fonte Avellana.
Con il termine abbazia si intende definire un monastero benedettino autonomo, dipendente esclusivamentte dalla Santa Sede, governato da un'abate e dotato di beni identificabili in chiese, terre, villaggi, pievi, castelli, molini: l'abbazia si distingue quindi dal priorato, monastero presieduto da un priore conventuale, non di rado dipendente da essa o, se autonomo, dotato di beni di entità minore. Le proprietà dipendenti potevano estendersi in un territorio talmente vasto da rendere necessaria la costituzione di prepositure rette da un "praepositus", figura investita d'autorità da parte dell'abate affinché sorvegliasse l'andamento economico ed ammministrativo dei lontani possedimenti.
Dignità e titolo di abbazia potevano essere acquisiti o persi da un monastero nel corso dei secoli ed è quindi probabile che per mancanza di documenti storici non si possa approdare ad una sua identificazione esatta, come nel caso di San Claudio al Chienti: considerata abbazia di derivazione classense fino alla fine del secolo scorso, viene oggi definita pieve in base a documenti del XII secolo, ma non è escludibile comunque un suo passaggio da monastero a pieve in epoca precedente (XI sec.), casistica frequente in tale periodo.
Per la vastità del tema affrontato non è stato possibile analizzare in dettaglio tutte le abbazie presenti nel territorio marchigiano: molte di esse sono purtroppo scomparse e la loro memoria è spesso rintracciabile nei toponimi di frazioni, località, contrade (badia, abbadia, monastero ...).Le abbazie di seguito illustrate individuano quelle ancora oggi esistenti o che conservano elementi dell'originaria struttura inglobati in ricostruzioni e rifacimenti nel corso dei secoli: vengono inoltre presi in esame alcuni casi in cui l'erronea definizione di abbazia viene attribuita a priorati (San Cassiano in Valbagnola), prepositure (Santa Maria a piè di Chienti) e pievi (San Claudio al Chienti), per altro rappresentanti splendidi esempi di architettura medievale. Un caso a sé rappresenta il priorato di San Marco alle Paludi, il quale ottenne dignità abbaziale per estensione in epoca tarda (XV secolo).
Alcune abbazie si presentano oggi come ruderi in cui comunque è riconoscibile la struttura planimetrica: esse sono ubicate in splendidi contesti ambientali ove regna incontrastato il silenzio, capaci di proiettare l'eventuale visitatore indietro nel tempo, all'epoca dei primi insediamenti benedettini.